Leggendo Hemmerle

Domenica 18 febbraio 2018

 

Klaus Hemmerle , Tesi di ontologia trinitaria (Roma 1996; tit. or. Thesen zu einer trinitarischen Ontologie, Freiburg 1992)

 

La struttura stessa è un processo dalle molte origini, un processo unico in una serie di processi che vanno in direzioni opposte, un processo che è sempre il medesimo eppure è sempre nuovo, un processo inteso come regresso a sé stessi e progresso al di là di sé stessi. Non è una legge universale sotto cui si possono sussumere i fenomeni più diversi; non è un principio da cui si può dedurre praticamente qualsiasi cosa; non è una riduzione di tutte le inderivabilità ad un denominatore comune. È, molto di più, una libera restituzione in ciò che è proprio e in-sostituibile; è il limite, appunto, a partire dal quale la rispettiva realtà si allontana in ciò che è proprio e distintivo del suo essere-sé e che tuttavia comunica con il diverso-da-sé, con l’altro.

(dal Capitolo III, «Tratti fondamentali di un'ontologia trinitaria», p.62)


La nuova ontologia si caratterizza come processo dalle molte origini. Ciò comporta che io sono a me stesso origine, principio; ma non sono la mia unica origine: non basto a me stesso. Né d’altro canto c’è un principio esterno a me che sia origine di tutto, alla quale torni perdendomi nella mia unicità. Io sono principio a me stesso e al tempo stesso il mio principio è Altri, fuori di me: così non posso rientrare in me stesso se non donandomi a questo Altro, ma poi proprio alienandomi in Altri che è il mio principio ritorno a me stesso. Perdendomi, mi trovo; trovando l’Altro, trovo me stesso.

Se l’essere è questo processo dalle molte origini, l’essere allora si lascia pensare come limite. Il limite infatti è ciò che distingue l’interno dall’esterno, me da Altri: è la condizione di possibilità del nostro incontrarci e al tempo stesso del nostro congedarci. Il limite è quel luogo non-luogo in cui è possibile stare solo non-stando: è l’essere come inter-esse, come relazione, come analogia. È lo stare come trapassare: logica pasquale, nella quale si è sé stessi perdendo sé stessi. Altri è la mia origine immemorabile, la casa che avevo perduto, e al tempo stesso la novità sempre inaudita e imprevedibile, il primo giorno, creazione nuova; anche io a me stesso sono il compagno conosciuto da sempre e insieme il volto sempre nuovo, che proprio ora sta nascendo. Il processo è sempre il medesimo, antico, e al tempo stesso è sempre anche nuovo: ancora una volta, l’identità trova sé stessa nell’alterità e l’alterità consolida e rafforza l’identità. L’essere, in quanto processo dalle molte origini, in quanto amore, è questo gioco di identità e alterità, di iam e nondum, di Odissea e Iliade: bellezza tanto antica e tanto nuova.


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