Leggendo Hemmerle

Domenica 2 settembre 2018

 

Klaus Hemmerle , Tesi di ontologia trinitaria (Roma 1996; tit. or. Thesen zu einer trinitarischen Ontologie, Freiburg 1992)

 

L’ontologia trinitaria non è solo oggetto del pensiero, ma anche realizzazione del pensiero. Pensarla significa entrare nel suo ritmo con il pensiero, con la parola, ma anche con l’esistenza stessa.

Sono in grado di vedere soltanto ciò a cui mi dono, a cui mi abban-dono. La stessa possibilità di vedere si verifica soltanto nella coincidenza tra proposta donante e comprensione ricevente; è una coincidenza che non significa compromesso, ma rappresenta l’elemento nuovo e unico del vedere. La realizzazione spirituale giace così sulle tre direttive del via-da-me, del verso-me e dell’interazione unitiva e distintiva di questi due momenti. La dinamica del pensiero e dell’essere consiste dunque nel ricevere, nell’iniziare e nel congiungere secondo le specifiche esigenze.

Queste tre posizioni, che si palesano e diventano accessibili nell’evento trinitario, sono pertanto gli elementi costitutivi di ogni realizzazione non solo personale, ma anche della realizzazione che trascende l’Io come pensiero, parola ed essere, vale a dire la realizzazione del noi, del tra.

È vero che ogni singola realizzazione deve unificare in sé tutti i momenti suddetti, ma nella realizzazione comune si delinea un ruolo differenziato per ciascun partner: l’iniziativa della parola, la risposta dell’ascolto, l’ispirazione che media sono modalità di volta in volta differenti dell’insieme complessivo del dialogo.

(dal Capitolo IV, «Appendice: conseguenze di un’ontologia trinitaria», pp.75-76)


Si può comprendere alcunché rimanendo all’esterno, senza lasciarsi toccare e ferire, modificare? Che un oggetto di pensiero non sia mai solo oggetto, che sia piuttosto soggetto il quale mi coinvolge in una relazione che mi cambia e mi determina: anche questa è una delle tesi di una ontologia trinitaria. Se comprendere è vedere, allora ogni comprendere ha a che fare con un evento di donazione reciproca. Un oggetto di visione infatti è tale nella misura in cui si lascia vedere, si offre alla visione: si espone, si dona appunto. Ma la visione stessa poi è altresì possibile nella misura in cui il vedente accolga la visione, si lasci investire e ferire da essa: nella misura in cui anch’egli si esponga e si doni. Ogni donazione comporta una reciproca ricezione: il dono non si realizza se nessuno lo accoglie; e ogni accoglienza è essa stessa una resa, un dono di sé.

Se ogni visione conoscitiva vive di una simile dialettica di donazione e ricezione, ogni comprensione allora si realizza secondo il modello della parola, del parlare-ascoltare. Ogni dire infatti è un dirsi e darsi, ed ogni ascolto è un obbedire, ovvero, etimologicamente, un ascoltare-esponendosi. Pensare un’ontologia trinitaria dunque significa pensare l’essere come relazione, come esperienza di amore, come visione ed ascolto di un soggetto che si offre e mi parla, si espone e si comunica, e si lascia comprendere nella misura in cui io stesso mi offra rispondendo, mi esponga donandomi.


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