Leggendo Hemmerle

Domenica 2 febbraio 2020

 

Klaus Hemmerle , Tesi di ontologia trinitaria (Roma 1996; tit. or. Thesen zu einer trinitarischen Ontologie, Freiburg 1992)

 

Questi rapporti raggiungono la somma vetta laddove Dio non solo dà al suo altro-da-sé la possibilità di essere sé stesso, ma si dà Lui stesso nell’altro da sé: nell’Incarnazione e nelle sue conseguenze, sino al Venerdì Santo, alla Pasqua e alla Pentecoste.

Dal momento che Dio si dà interamente nel suo altro-da-sé, è segno di coerenza che egli lo faccia in una libertà finita; possiamo così affermare che il monotelismo è il massimo disconoscimento della verità più profonda dell’Incarnazione. Se il senso dell’Incarnazione è il darsi di Dio fino all’estremo, allora la libertà umana di Gesù è la libertà finita più estrema che esista, la cui libera obbedienza, il cui libero darsi al Padre corrispondono al darsi meno ovvio che possa esistere. E tuttavia ciò non impedisce che proprio questo darsi sia insito al tempo stesso nell’indefettibile evidenza della libertà divina, del divino darsi. L’estrema drammaticità e la più pura catarsi dunque coincidono.

Diventa inoltre chiaro che la Rivelazione di Dio raggiunge il suo apice nella communicatio idiomatum, che, quando non si tiene conto di tale rapporto, appare spesso come qualcosa di artificioso e di strano. L’umano dell’uomo Gesù diventa così la più diretta affermazione su Dio, perché Egli è sé stesso al massimo grado laddove è massimamente Colui che si dona, che si spoglia di sé.

(dal Capitolo IV, «Appendice: conseguenze di un’ontologia trinitaria», pp.74-75)


Nella prospettiva dell’ontologia trinitaria, il mondo, in quanto creazione, è dono d’essere: è quindi traccia di quel donarsi che è l’essere stesso e in quanto tale è rinvio all’essere come relazione d’amore. Ma come la traccia può divenire segno credibile, rinvio efficace? Se già la creazione rappresenta la libera necessità del darsi, l’incarnazione di Dio è il compimento di quella libertà necessaria dell’essere come amore: amore infatti è, liberamente, non poter non trans-gredire, ovvero oltrepassare i propri limiti, la propria natura, per farsi prossimo all’altro-da-sé. L’incarnazione è l’evento del rinunciare da parte di Dio a sé stesso per farsi uno con l’uomo. In Gesù, Dio non è più Dio: si fa uomo. Così l’uomo Gesù, liberamente, non può non abbandonarsi totalmente nelle mani di Dio, fare la sua volontà: vivere come suo figlio. Nella communicatio idiomatum tutto ciò che è umano è assunto da Dio e in questo modo tutto ciò che è divino trapassa nell’uomo.

Ma l’incarnazione di Dio in Gesù è solo la primizia di una messe che deve ricoprire tutta la terra. Nella Parola, Dio rinuncia totalmente a sé: si fa parola umana. Ma proprio in tal modo può entrare nel cuore dell’uomo e farsi sua carne. La Parola è la prima forma con la quale il darsi di Dio raggiunge l’uomo e lo coinvolge nel suo stesso essere. Nel pane eucaristico Dio si svuota totalmente di sé: si fa cibo. Ma proprio così viene mangiato e trasforma in sé colui che lo riceve. L’Eucarestia è la seconda forma con la quale Dio, perdendosi, assimila l’uomo a sé. Infine nel prossimo, in ogni volto d’uomo, Dio si nasconde totalmente come Dio: si fa carne umana. Ma proprio così si rende raggiungibile da tutti: nell’amore per il prossimo davvero si realizza l’amore per Dio, nel volto dell’uomo si rivela il volto di Dio. Nell’ascolto della Parola, nella mensa eucaristica, nell’amore fraterno si compie l’incarnazione permanente di Dio e la divinizzazione infinita dell’uomo: il coinvolgimento dell’essere dell’uomo nell’inter-esse di Dio, la discesa di Dio nella storia e nel mondo umani e l’assunzione dell’uomo nella Trinità divina.


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