Leggendo Hemmerle

Domenica 13 giugno 2021

 

Klaus Hemmerle , Tesi di ontologia trinitaria (Roma 1996; tit. or. Thesen zu einer trinitarischen Ontologie, Freiburg 1992)

 

La novità della nuova ontologia sta nel fatto che prende le mosse da una profondità a cui è impossibile accedere dal basso: dal mistero trinitario di Dio, che ci si rivela nella fede. Il mistero di tale mistero si chiama amore, si chiama dono di sé; ma a partire da esso diventa accessibile tutto l’essere, ogni pensiero, ogni accadere in tutta la sua struttura; ne risulta una rilettura di ciò che, per la fede, si manifesta nei fenomeni, in un’ottica volta ad essi in modo im-mediato. In questa “fenomenologia” il pensiero stesso si riscopre e si trasforma, poiché diventa un processo che va di pari passo con il procedere del dono di sé, dell’amore. In questo modo il pensiero scopre che proprio questo elemento costituisce la sua originarietà, la sua im-mediatezza, il suo specifico.

(dal Capitolo III, «Tratti fondamentali di un'ontologia trinitaria», p.65)


Vista “dal basso”, l’ontologia proposta da Hemmerle non è poi così nuova: che l’essere abbia natura relazionale e polare infatti è una prospettiva comune a tutta la tradizione platonico-cristiana. Lo specifico di un’ontologia cristiana si vede “dall’alto”: nel pensare cioè l’origine non solo come molteplice e in relazione reciproca, ma altresì come donazione. Che principio e fine dell’uomo sia il nulla, nessuno può metterlo in dubbio: nasciamo in un certo giorno, prima del quale non eravamo, dunque proveniamo dal nulla; e a quel nulla saremo ricondotti, morendo. Polvere eravamo e polvere torneremo: la creazione del mondo e dell’uomo è a partire dalle tenebre, dalla notte, dall’abisso del nulla appunto. Ora, però, la rivelazione cristiana attesta che quelle tenebre non sono il principio assoluto: principio e fine è piuttosto Dio, che crea dal nulla dell’origine e ricrea dal nulla della morte. Principio e fine non è il nulla, bensì un atto creativo: non un Uno impersonale, ma una trinità di volti che si rivolgono e si donano gli uni verso gli altri e insieme verso la creazione.

Una simile ontologia ovviamente non è dimostrabile apoditticamente; al più può essere un’ipotesi; di fatto è ricavabile piuttosto soltanto a partire da un incontro, da una rivelazione. Per questo forse un’ontologia trinitaria non sarebbe filosofica? La nostra tesi è che nessuna filosofia sia pura; per dirla con Wittgenstein, la ragion pura ha pur sempre un’origine «in borghese»: è cioè comunque espressione di una determinata forma di vita; di un incontro, aggiungeremmo noi, di un’esperienza. Solo un credente può elaborare un’ontologia cristiana, la quale non per questo è tuttavia meno filosofica. Intellectus e fides si compenetrano inscindibilmente: l’intelligenza consente di render ragione dell’esperienza di fede e di gettarvi così più luce; viceversa, la rivelazione di Dio, l’ascolto della sua Parola aprono gli occhi su un modo di guardare a sé e al mondo cui altrimenti non si sarebbe arrivati; e così via, in una circolarità virtuosa in cui si realizza l’esperienza di sé e di Dio come amore. Per il resto, come ogni filosofia, anche un’ontologia trinitaria, come ha avuto origine dalla vita del filosofo che l’ha pensata, così potrà essere giudicata solo sulla base della vita: verificando cioè se descrive efficacemente quel che viviamo e, soprattutto, se ci libera, se ci dà respiro, in una parola, se ci dà vita.


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