Leggendo Hemmerle

Domenica 18 aprile 2021

 

Klaus Hemmerle , Tesi di ontologia trinitaria (Roma 1996; tit. or. Thesen zu einer trinitarischen Ontologie, Freiburg 1992)

 

Quando qualcosa si dà da pensare, essa perviene alla propria luce, cioè a sé stessa; ma al tempo stesso perviene all’altro-da-sé, che è appunto l’atto di essere pensato. Tutto ciò che dico è determinato nel suo specifico allorché lo esprimo nel medium della sua alterità, che è il linguaggio. Il pensare, la parola - e il fatto che il pensare vada pensato a partire dalla parola e in funzione della parola va inteso naturalmente nel contesto di un’ontologia del processo, della relazione - sono il limite che dà l’identità a ciò che è pensato e detto; sono il contorno che definisce lo specifico soltanto facendolo incontrare con l’altro. Il limite è il “comune”, l’ “universale” di coloro che si scontrano su tale limite, il loro uno e il loro terzo, il loro specifico ma anche l’elemento a loro estraneo; solo in questo modo si ha il superamento, il dono, che com-prende ciò che dà e dà ciò che riesce a comprendere.

Ci troviamo così a confronto con il carattere analogico del dire e del pensare. Quando dico qualcosa, la porto all’apparenza nel suo proprio e intanto la es-proprio. Essa è quello che è per un altro-da-sé; è quello che è da un punto di vista comune, universale. Se vogliamo che si dischiuda appieno nel pensiero e nella parola, esattamente nel modo in cui è di per sé, non possiamo fare a meno di violarne l’esclusività, di universalizzarla, di tradurla: in definitiva, di alienarla. Non si tratta di un deprecabile incidente: è invece il compimento pieno e definitivo del proprio, che, anzi, se restasse in sé stesso si disintegrerebbe anziché darsi.

(dal Capitolo III, «Tratti fondamentali di un'ontologia trinitaria», p.61)


Attraverso la parola dico qualcosa: voglio comunicare un concetto, o un sentimento. Ma com’è possibile che questo qualcosa sia compreso? Le mie parole non sono piuttosto sempre fraintese? È lo spettro dell’incomunicabilità: come è possibile che quando parliamo ci capiamo?

Vorrei che tu capissi esattamente quello che penso o che provo; ma perché tu comprenda le mie parole, devi interpretarle e tradurle: e ogni traduzione è un tradimento. Quando parlo, devo accettare questo tradimento: etimologicamente, devo accettare di consegnarmi al mio interlocutore. Mi perdo, mi abbandono, mi alieno: rinnego me stesso. Ma proprio questa è la via stretta, la condizione di possibilità perché tu mi comprenda. Comunicare è entrare in comunione: ma la comunione è possibile solo morendo e risorgendo il terzo giorno. Proprio in questo risiede il carattere analogico del linguaggio: nel suo non essere trasmissione di contenuti univoci e già dati, quanto piuttosto la vita stessa di una relazione, nella quale ciascun polo si perde per trovarsi. Ogni dire è sempre un dirsi, che a sua volta è efficace solo se è un autentico darsi; e come sa bene ogni insegnante e ogni poeta, dicendomi trovo un me stesso più grande di me stesso, perché ogni sé ha natura analogica: è sé stesso solo nella relazione e comunione con l’altro da sé.


Vuoi ricevere tutti gli aggiornamenti di Leggendo Hemmerle sulla tua mail?
Inviaci la tua richiesta dalla sezione
COMMENTI