Leggendo Levinas

Domenica 10 febbraio 2019

 

Emmanuel Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (Milano 1998; tit. or. Totalité et infini, La Haye 1961)

 

L’indipendenza atea dell’essere separato, senza porsi per opposizione all’idea dell’infinito, che indica una relazione, è la sola a rendere possibile questa relazione. La separazione atea è esigita dall’idea dell’Infinito che tuttavia non fa sorgere dialetticamente l’essere separato. L’idea dell’Infinito - la relazione tra il Medesimo e l’Altro - non annulla la separazione. Questa si attesta nella trascendenza. Infatti, il Medesimo può raggiungere l’Altro solo negli alea e nei rischi della ricerca della verità invece di fondarsi su di lui in assoluta sicurezza. Senza separazione non ci sarebbe stata verità, ci sarebbe stato soltanto l’essere. Verità - contatto meno importante della tangenza - nel rischio dell’ignoranza, dell’illusione e dell’errore non colma la “distanza”, non culmina nell’unione del conoscente e del conosciuto, non culmina nella totalità. […] Il radicamento, un pre-collegamento originario, manterrebbe la partecipazione come una delle categorie sovrane dell’essere, mentre la nozione di verità segna la fine di questo regno. Partecipare è un modo di riferirsi all’Altro: mantenere e sviluppare il proprio essere, senza mai perdere, in nessun punto, contatto con esso. Rompere la partecipazione è certamente mantenere il contatto, ma non trarre più il proprio essere da questo contatto: vedere senza essere visti, come Gige. A questo fine occorre che un essere, foss’anche parte di un tutto, riceva il proprio essere da sé e non dalle proprie frontiere - non dalla propria definizione - esista indipendentemente, non dipenda né dalle relazioni che indicano il suo posto nell’essere, né dal riconoscimento che gli verrebbe da Altri. Il mito di Gige è appunto il mito dell’Io, e dell’interiorità che esistono non-riconosciuti. Essi rappresentano certo l’eventualità di tutti i crimini impuniti - ma è questo il prezzo dell’interiorità, prezzo della separazione. La vita interiore, l’io, la separazione sono appunto lo sradicamento, la non-partecipazione e, quindi, la possibilità ambivalente dell’errore e della verità. Il soggetto conoscente non è parte di un tutto, poiché non è limitrofo di niente. La sua aspirazione alla verità non è il disegno fantastico dell’essere che gli manca. La verità presuppone un essere autonomo nella separazione - la ricerca di una verità è appunto una relazione che non si fonda sulla privazione del bisogno. Cercare e ottenere la verità significa essere in rapporto, non perché si è definiti da altro da sé, ma perché, in un certo senso, non si manca di niente. […]

La relazione con l’Altro non consiste nel rifare in un senso opposto il movimento dell’allontanamento, ma nell’andare verso di lui attraverso il Desiderio, dal quale la teoria stessa assume l’esteriorità del suo termine. Infatti, l’idea dell’esteriorità che guida la ricerca della verità è possibile solo come idea dell’Infinito. La conversione dell’anima all’esteriorità o all’assolutamente altro o all’Infinito non è deducibile dall’identità stessa di questa anima, poiché non è proporzionata a quest’anima. L’idea dell’infinito non parte dunque da Me, né da un bisogno nell’Io che misuri esattamente i suoi vuoti. In essa il movimento parte dal pensato e non dal pensatore. È l’unica conoscenza che presenti questo rovesciamento - conoscenza senza a priori. L’idea dell’Infinito si rivela, nel senso forte del termine. Non esiste religione naturale. Ma questa conoscenza eccezionale non è, proprio per questo, oggettiva. L’infinito non è “oggetto” di una conoscenza - ciò che lo ridurrebbe alle proporzioni dello sguardo che contempla - ma il desiderabile, ciò che fa nascere il Desiderio, cioè ciò che può essere avvicinato da un pensiero che ad ogni momento pensa più di quanto non pensi. L’infinito non è quindi un oggetto immenso che oltrepassa gli orizzonti dello sguardo. È il Desiderio che misura l’infinità dell’infinito, infatti esso è misura proprio per impossibilità di misura. La mancanza di misura misurata dal Desiderio è volto. Ma qui ritroviamo anche la distinzione tra Desiderio e bisogno. Il Desiderio è un’aspirazione animata dal desiderabile; nasce a partire dal suo “oggetto”, è rivelazione. Invece il bisogno è un vuoto dell’Anima, parte dal soggetto.

La verità è cercata nell’altro, ma da parte di chi non manca di niente. La distanza è, ad un tempo, incolmabile e colmata. L’essere separato è soddisfatto, autonomo, e, tuttavia, ricerca l’altro con una ricerca che non è resa più febbrile dalla mancanza del bisogno - né dal ricordo di un bene perduto - questa situazione è linguaggio. La verità sorge là dove un essere separato dall’altro non vi si immerge, ma gli parla. Il linguaggio che non tocca l’altro, foss’anche di tangenza, raggiunge l’altro interpellandolo e comandandolo, o obbedendogli con tutta la correttezza di queste relazioni. Separazione ed interiorità, verità e linguaggio - costituiscono le categorie dell’idea dell’infinito o della metafisica. […]

L’io dotato di vita personale, l’io ateo il cui ateismo è senza mancanze e non si integra a nessun destino, va al di là di sé nel desiderio che gli deriva dalla presenza dell’Altro. Il Desiderio è desiderio in un essere già felice: il desiderio è l’infelicità del felice, un bisogno “di lusso”. […]

L’io esiste come separato in virtù del suo godimento, cioè come felice e può sacrificare il suo essere puro e semplice alla felicità. Esiste in un senso eminente, esiste al di sopra dell’essere. Ma nel Desiderio, l’essere dell’Io appare ancora più elevato, dato che può sacrificare al suo Desiderio persino la sua felicità. Esso si trova così al di sopra, o al punto estremo, all’apogeo dell’essere in virtù del godere (felicità) e del desiderare (verità e giustizia). Al di sopra dell’essere. Rispetto alla nozione classica di sostanza - il desiderio segna come un rovesciamento. In esso l’essere diventa bontà […]

La grande forza dell’idea di creazione, quale la formulò il monoteismo, consiste nel fatto che questa creazione è ex nihilo - non perché questa costituisca un’opera più miracolosa dell’informazione demiurgica della materia, ma perché, con essa, l’essere separato e creato non è semplicemente venuto dal padre, ma gli è assolutamente altro. […] Infine la distanza che separa felicità e desiderio, separa politica e religione. La politica tende al riconoscimento reciproco, cioè all’uguaglianza; essa assicura la felicità. E la legge politica è il culmine e la consacrazione della lotta per il riconoscimento. La religione è Desiderio e non, in nessun caso, lotta per il riconoscimento. Essa è il sovrappiù possibile in una società di uguali, quello della gloriosa umiltà, della responsabilità e del sacrificio, condizione dell’uguaglianza stessa.

(dal paragrafo 2, La verità, del capitolo B, Separazione e discorso, della sezione prima, Il Medesimo e l’Altro, pp.58-62)


La relazione io-altro, una relazione nella quale né l’Altro sia fagocitato dal Medesimo né l’io sia riassorbito nella totalità di un essere impersonale, la relazione metafisica insomma è possibile solo se l’esistenza dell’io è affermata in quanto atea: è questa la suggestiva fenomenologia della nascita del soggetto proposta da Levinas. L’io non va pensato in una sua originaria correlazione con l’altro: una simile correlazione, infatti, secondo Levinas, come ogni forma di partecipazione, comporta uno sguardo sinottico, totalizzante, nel quale o i poli io-tu vengono sacrificati all’assoluto o l’io stesso si eleva a spirito assoluto, imperialismo del Medesimo.

Originaria dunque non è la correlazione, bensì la separazione, l’indipendenza, l’ateismo appunto: il soggetto è quella creatura che può fare a meno del suo Creatore, felice nella sua indipendenza e autonomia. La grandezza del concetto di creazione non risiederebbe nello statuto di felice dipendenza ontologica della creatura, bensì nello stato di felice indipendenza di colui che pur è ontologicamente dipendente. La nascita del soggetto è la meraviglia della separazione: di colui che è capace di vedere senza essere visto, di colui che, facendo del mondo il proprio mondo, la propria casa, ne vive e ne gode.

Solo a questo punto, a partire dall’assoluta separazione e autonomia del soggetto, dalla sua felicità, è possibile il suo relazionarsi con l’Altro: relazione resa possibile dall’ateismo e dall’autosufficienza dell’io, e dalla rivelazione di Altri come volto e come discorso, rivelazione che è un lusso, un sovrappiù, nient’affatto naturale. Per accogliere tale relazione, però, il Medesimo deve rinunciare alla propria felicità: aprirsi all’Altro significa passare dalla felicità alla bontà, dalla politica alla religione, dall’uguaglianza al sacrificio. In entrambi i casi, tuttavia, nella nascita del soggetto come anche nel suo accogliere la relazione con Altri, si tratta comunque di un’eccedenza rispetto all’essere, di una frattura nella totalità.

Ciò nondimeno, ancora una volta, perché l’ipotesi di un’originaria correlazione condurrebbe necessariamente all’imperialismo del Medesimo o a un monismo impersonale? Perché la categoria della partecipazione sarebbe incompatibile con quella dell’infinito? Il pensiero della paradossale contemporaneità di partecipazione e infinito, di comunione e separazione, di contatto e congedo, di unità e trinità: è questa la prospettiva specifica di un’ontologia cristiana in chiave post-moderna, che pensi l’essere come amore.

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