Leggendo Levinas

Domenica 2 dicembre 2018

 

Emmanuel Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (Milano 1998; tit. or. Totalité et infini, La Haye 1961)

 

Ma la parola di prefazione che cerca di aprire un varco nello schermo teso tra l’autore e il lettore dal libro stesso, non è data come una parola d’onore. Essa sta soltanto nell’essenza stessa del linguaggio che consiste nel disfare, ad ogni istante, la sua frase con la prefazione o l’esegesi, nel disdire il detto, nel tentare di ridire senza complimenti ciò che è già stato mal inteso nell’inevitabile cerimoniale in cui si compiace il detto.

(dalla Prefazione, p.28)


Il libro è uno schermo, una cortina che separa autore e lettore. La prefazione è pertanto il tentativo dell’autore di ridire il libro e gettare un ponte verso il lettore, così come ogni esegesi è lo sforzo compiuto dal lettore di ridire il testo e rendersi familiare dell’autore. Si può perciò anche dire che la prefazione è un esegesi scritta dall’autore su sé stesso, e viceversa che l’esegesi è una prefazione composta dal lettore al libro dell’autore. Ora, la situazione appena descritta ha a che fare con l’essenza stessa del linguaggio. Il linguaggio, certo, ha lo scopo di permetterci di intenderci: di comunicare, di giungere a una comunione, a un’intesa appunto. Ciò nondimeno, condizione di possibilità del linguaggio è proprio quell’intervallo che pure esso vorrebbe superare: se infatti la distanza fosse colmata una volta per tutte, il linguaggio stesso verrebbe meno, non avrebbe più ragione di esistere. Il linguaggio è perciò condannato alla fatica di Sisifo: ogni volta che sta per raggiungere la vetta, scivola inesorabilmente in basso ed è costretto a ricominciare daccapo il proprio sforzo di approssimazione, di avvicinamento.

Non a caso, il linguaggio è sempre assediato dallo spettro dell’incomunicabilità: in fondo, come è possibile che ci comprendiamo? Siamo mondi incommensurabili: per quanto ci apriamo, rimaniamo un mistero insondabile per gli altri. Eppure di fatto ci capiamo: il linguaggio funziona. Ma forse perché quel che potrebbe sembrare un difetto - l’impossibilità di raggiungere una comunione piena, di intenderci totalmente - in verità è piuttosto la virtù del linguaggio. È vero: il linguaggio è un’opera in cui continuamente si disdice e ridice il detto, come la tela di Penelope. Ma non sarà proprio questa l’astuzia del linguaggio, quel che cioè gli consentirà di fare infine riunire gli sposi, unire tra di loro i parlanti? Se la distanza che separa i parlanti fosse definitivamente superata, dicevamo, il linguaggio stesso non avrebbe più ragione d’essere; ma con ciò probabilmente i parlanti stessi verrebbero meno: così come Apollo, appena raggiunge Dafne, la perde. L’intervallo è fatto per essere superato; tuttavia è anche ciò che permette di distinguere gli amanti: quel che cioè consente a ciascuno dei due di essere sé per l’altro. L’intervallo assume così la forma di una soglia: limite fatto per essere superato, non una volta per tutte però, ma continuamente, in un oltrepassamento, in una trans-gressione reciproca, infinita, irrisolta, senza soluzione di continuità, perché sulla soglia non si può stare. Ecco allora che ogni contatto coincide con un congedo, ogni Odissea con un’Iliade: anche il linguaggio è una dialettica infinita di esodi e ritorni, un’interpretazione permanente, senza sosta, in cui si disdice il detto, si dice e si ridice. Proprio per questa sua dinamica, il linguaggio viene a essere la più perspicua messa in opera della relazione tra un io e un tu, la più perspicua messa in mostra dell’essere come amore.




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