Leggendo Levinas

Domenica 15 novembre 2020

 

Emmanuel Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (Milano 1998; tit. or. Totalité et infini, La Haye 1961)

 

Il volto dell’essere che si rivela nella guerra si fissa nel concetto di totalità che domina la filosofia occidentale. In essa gli individui sono ridotti ad essere i portatori di forze che li comandano a loro insaputa. […]

si può risalire a partire dall’esperienza della totalità ad una situazione nella quale la totalità si spezza, mentre questa situazione condiziona la totalità stessa. Questa situazione è lo sfolgorio della esteriorità o della trascendenza sul volto d’altri. Il concetto di questa trascendenza rigorosamente sviluppato si esprime con il termine di infinito. […]

La dura legge della guerra si infrange contro l’infinito − più oggettivo dell’oggettività − e non contro un soggettivismo impotente e tagliato fuori dall’essere.

Gli esseri particolari abbandonano la loro verità in un Tutto nel quale svanisce la loro esteriorità? L’estremo evento dell’essere non si svolge invece in tutto lo sfolgorio di questa esteriorità? – ecco a cosa si riduce la domanda con la quale abbiamo iniziato.

Questo libro si presenta allora come una difesa della soggettività, ma non la coglierà al livello della sua protesta puramente egoistica contro la totalità, né nella sua angoscia di fronte alla morte, ma come fondata nell’idea dell’infinito.

Esso procederà distinguendo tra l’idea di totalità e l’idea di infinito e affermando il primato filosofico dell’idea dell’infinito. Racconterà come l’infinito si produce nella relazione del Medesimo con l’Altro e come, insuperabile, il particolare ed il personale magnetizzano in qualche modo il campo stesso nel quale entra in gioco questa produzione dell’infinito. Il termine produzione indica e l’effettuazione dell’essere (l’evento “si produce”, un’automobile “si produce”) e la sua messa in luce o la sua esposizione (un argomento “si produce”, un attore “si produce”). L’ambiguità di questo verbo traduce l’ambiguità essenziale dell’operazione con la quale, nello stesso tempo, si ad-opera l’essere di un’identità e con la quale esso si rivela. […]

La soggettività realizza queste esigenze impossibili: il fatto stupefacente di contenere più di quanto non sia possibile contenere. Questo libro presenterà la soggettività come ciò che accoglie Altri, come ospitalità. In essa si consuma l’idea dell’infinito. L’intenzionalità, nella quale il pensiero resta adeguazione all’oggetto, non definisce quindi la coscienza al suo livello fondamentale. Ogni sapere in quanto intenzionalità presuppone già l’idea dell’infinito, l’inadeguazione per eccellenza. […]

Ciò che conta è l’idea dell’oltrepassamento del pensiero oggettivante attraverso un’esperienza dimenticata di cui esso vive.

(dalla Prefazione, pp.20.23-26)


Levinas esordisce affermando l’evidenza della guerra: «Non è necessario provare attraverso oscuri frammenti eraclitei che l’essere si rivela al pensiero filosofico come guerra; e neppure che la guerra lo investe non solo come il fatto più evidente, ma come l’evidenza stessa − o la verità − del reale». Guerra è la situazione in cui è legittimo l’omicidio: l’individuo viene sacrificato, o è comunque sacrificabile. In nome di che cosa? Di un ideale, o della patria: in ogni caso, in nome di ciò che Levinas definisce totalità. Totalità è l’essere che fagocita i soggetti, la realtà che assorbe gli individui: è chiamata totalità proprio perché non v’è nulla di esterno ad essa. Il guadagno di un essere come totalità, ovvero di un’ontologia della guerra, di un essere cioè che fa violenza e elimina ogni alterità, è che il pensiero è in grado di risalire all’origine nella forma del concetto, della rappresentazione: v’è una fondamentale adeguazione tra pensiero ed essere, proprio perché l’essere è un tutto, è oggetto. Il prezzo da pagare però, ovviamente, è il sacrificio dell’altro e dell’oltre, come pure del presente; la rinuncia alla parola e alla responsabilità: resta solo il fato muto.

Ma è poi vero che l’essere sia oggetto? Che il soggetto sia illusione? È vero che il sapere sia illuminazione, intenzionalità come adeguazione? È questo l’interrogativo fondamentale del libro, al quale l’autore risponde negativamente. L’oggettività dell’essere, la sua rappresentabilità, ha una condizione che la precede e che non è a sua volta né oggettivabile né rappresentabile. La stessa autonomia e libertà del soggetto ha un’origine che non è né il neutro essere né il sé. Questa origine e questa condizione è il volto d’altri: esteriorità non totalizzabile, non tematizzabile, condizione di possibilità di ogni rappresentazione e totalità. Questa esteriorità è l’idea dell’infinito: essa è quell’idea paradossale che supera l’idea stessa. Così il soggetto che la pensa viene a contenere più di quanto possa contenere. Questo stato di cose costituisce il soggetto come relazione con altri, ovvero con una trascendenza che lo costituisce; viceversa, lo stesso infinito si produce solo nella relazione del Medesimo con l’Altro: produzione che è effettuazione (non si dà infinito senza persone in relazione: esse lo producono) e al tempo stesso messa in luce (l’infinito supera il Medesimo e l’Altro, che pure lo producono). Equivocità non casuale, ma conseguente al fatto che l’essere è relazione: non un Uno impersonale, origine monolitica, bensì molteplicità di origini, che non si danno l’una senza le altre. Il soggetto viene dunque recuperato: anziché essere fagocitato nella totalità, ospita Altri. È accoglienza di ciò che lo trascende e lo costituisce. Lo stesso pensiero filosofico assume pertanto la forma dell’inadeguazione: filosofia prima è l’etica intesa come relazione con l’assolutamente altro, con l’esteriorità metafisica.




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