Leggendo Levinas

Domenica 15 luglio 2018

 

Emmanuel Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (Milano 1998; tit. or. Totalité et infini, La Haye 1961)

 

“La vera vita è assente”. Ma noi siamo al mondo. La metafisica sorge e si mantiene in questo alibi. Essa è rivolta all’ “altrove”, e all’ “altrimenti”, e all’ “altro”. Nella forma più generale sotto la quale si è presentata nella storia del pensiero, essa appare infatti come un movimento che parte da un mondo che ci è familiare - quali che siano le terre ancora sconosciute che lo circondano o che nasconde - da una casa “nostra” e nella quale abitiamo, e va verso una casa “non-nostra” ed estranea, verso un laggiù.

Il termine di questo movimento - l’altrove o l’altro - è detto altro in un senso eminente. Nessun viaggio, nessun cambiamento di clima e di sfondo sarebbero in grado di soddisfare il desiderio che vi tende. L’Altro metafisicamente desiderato non è “altro” come il pane che mangio, come il paese che abito, come il paesaggio che contemplo, come, a volte, io stesso posso apparire ai miei occhi: questo “io”, questo “altro”. Con queste realtà, posso “nutrirmi” e, in larghissima misura, soddisfarmi, come se mi fossero semplicemente mancate. E per questo motivo la loro alterità si riassorbe nella mia identità di pensante o di possidente. Il desiderio metafisico tende verso una cosa totalmente altra, verso l’assolutamente altro. L’analisi abituale del desiderio non potrebbe aver ragione di questa sua singolare pretesa. Alla base del desiderio comunemente interpretato starebbe il bisogno; il desiderio contrassegnerebbe un essere indigente e incompleto o decaduto dalla sua grandezza passata. Coinciderebbe con la coscienza di ciò che è stato perduto. Sarebbe essenzialmente nostalgia, male del ritorno. Ma così non potrebbe neppure sospettare che cosa sia il veramente altro.

Il desiderio metafisico non aspira al ritorno, perché è il desiderio di un paese nel quale non siamo mai nati. Di un paese straniero ad ogni natura, che non è stato la nostra patria e nel quale non ci trasferiremo mai. Il desiderio metafisico non si fonda su nessuna parentela preliminare. […] relazione che non è scomparsa della distanza, che non è avvicinamento, o, per delineare ancor più precisamente l’essenza della generosità e della bontà, rapporto la cui positività viene dall’allontanamento, dalla separazione, in quanto si nutre, si potrebbe dire, della propria fame. Allontanamento che è radicale solo se il desiderio non è la possibilità di anticipare il desiderabile, se non lo pensa preliminarmente, se va verso di lui alla ventura, come verso un’alterità assoluta, inanticipabile, come si va alla morte. Il desiderio è assoluto se l’essere che desidera è mortale e il Desiderato, invisibile. L’invisibilità non indica un’assenza di rapporto; implica dei rapporti con ciò che non è dato e di cui non c’è idea. La visione è un’adeguazione tra l’idea e la cosa: comprensione che ingloba. L’inadeguazione non designa una semplice negazione o un’oscurità dell’idea, ma, al di fuori della luce e della notte, al di fuori della conoscenza che misura gli esseri, la mancanza di misura del Desiderio. Il Desiderio è desiderio dell’assolutamente Altro. Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l’Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire l’aspirazione, senza che sia possibile abbozzare una qualche carezza conosciuta o inventarne una nuova. Desiderio senza soddisfazione che, appunto, intende l’allontanamento, l’alterità e l’esteriorità dell’Altro. […] Morire per l’invisibile - ecco la metafisica. Ma questo non significa che il desiderio possa fare a meno degli atti. Solo che questi atti non sono né consumazione, né carezza, né liturgia. […]

la separazione radicale tra il Medesimo e l’Altro, significa appunto che è impossibile situarsi al di fuori della correlazione del Medesimo e dell’Altro per registrare la corrispondenza o la non-corrispondenza di questa andata a questo ritorno. In caso contrario, il Medesimo e l’Altro verrebbero ad essere riuniti sotto uno sguardo comune e la distanza assoluta che li separa sarebbe colmata. […] Ma come può il Medesimo, che si produce come egoismo, entrare in relazione con un Altro senza privarlo immediatamente della sua alterità? […] Altro secondo un’alterità che non limita il Medesimo, perché, limitando il Medesimo, l’Altro non sarebbe rigorosamente Altro: avendo una frontiera comune, sarebbe all’interno del sistema, ancora il Medesimo. […] Noi proponiamo di chiamare religione il legame che si stabilisce tra il Medesimo e l’Altro, senza costituire una totalità.

(dai paragrafi 1, Desiderio dell'invisibile, e 2, Rottura della totalità, del Capitolo A, Metafisica e trascendenza, della Sezione Prima, Il Medesimo e l'Altro, pp.31-33.34.36.37.38)


La metafisica, intesa nel suo significato etimologico, è espressione dell’istanza umana per un metá-, per un oltre e un altrove, per un altro e un altrimenti. L’uomo è natura eccentrica: ha il suo centro fuori di sé. È sbilanciato in avanti: solo così si regge e cammina. Levinas definisce religione la relazione con l’assolutamente altro e desiderio la tensione verso questo altro. Egli tuttavia, fin dalla prima pagina, fissa una distinzione, divenuta poi celebre: mentre il desiderio è questo volgersi al totalmente altro, il bisogno è quell’appetito che ha di mira la riduzione dell’altro a sé. Il bisogno infatti è una mancanza, che può essere colmata, per assimilazione. L’oggetto del bisogno è qualcosa di afferrabile e di cui ci si può appropriare; più precisamente, è un déjà vu, un qualcosa di già conosciuto: una patria dalla quale si è stati esiliati, una casa che si è abbandonata, una parentela che era stata rinnegata. L’oggetto del bisogno pertanto, argomenta Levinas, non è autenticamente altro: è piuttosto l’altro-da-sé il cui destino e la cui verità è l’immedesimazione, come esemplarmente messo in mostra nella fenomenologia di Hegel. Il bisogno dunque è istinto totalizzante: relazione in cui l’altro viene fagocitato in una totalità onnicomprensiva; è visione, conoscenza, adeguazione. Il desiderio invece è tensione verso l’infinito: è relazione del Medesimo con l’Altro nella quale quest’ultimo non viene mai privato della propria alterità. E se l’uomo, come dicevamo all’inizio, è natura eccentrica, solo il desiderio allora lo mantiene nella sua umanità; il bisogno invece costituisce la sua miseria e lo fa (s)cadere nell’animalità.

Ora, è interessante notare che al di fuori del mondo accademico, tra i non specialisti, nelle parrocchie e nella pastorale cattolica, di Levinas si sia diffusa proprio questa distinzione tra bisogno e desiderio, secondo una facile declinazione che vede nel bisogno l’istinto egoistico e nel desiderio l’apertura propria dell’amore; una riproposizione insomma della tradizionale contrapposizione tra éros e agápe. Questo fatto è curioso perché invece, a guardar bene, nella rigida distinzione tra bisogno e desiderio risiede proprio uno dei massimi punti di distanza e di divergenza tra Levinas e la prospettiva cristiana. Levinas insiste infatti sull’irriducibile alterità dell’Altro rispetto al Medesimo: essa è salvaguardata solo se l’Altro è un paese nel quale non siamo mai stati e nel quale non saremo mai, se l’Altro è estraneo e straniero, senza legame di parentela alcuna, tale che nessun contatto, nessuna carezza, nessuna liturgia, potrebbe avvicinarlo e renderlo familiare. Si tratta appunto di una radicale contestazione della prospettiva cristiana: la paternità di Dio, l’essere suoi figli, il ritorno alla casa abbandonata, il contatto e la liturgia, sono tutte categorie che, nell’ottica di Levinas, riconducono senza appello il cristianesimo a un pensiero totalizzante. Cosa è possibile rispondere?

Secondo la prospettiva cristiana, l’uomo è natura eccentrica: trova sé nella relazione con l’altro da sé. Questo altro è assolutamente altro, nel senso che resta mistero insondabile: quanto più conosciuto, tanto più sconosciuto; quanto più vicino, tanto più lontano; quanto più raggiunto, tanto più sfuggente. In questo risiede l’affinità profonda con il pensiero di Levinas. Tuttavia questa relazione infinita è suscitata e mantenuta in vita da un’originaria e fondamentale parentela, familiarità, vicinanza; senza appartenenza, non si darebbe nemmeno il desiderio. La scommessa di un’ontologia cristiana è la possibilità di un contatto che non sia totalizzante. Levinas nega che tra il Medesimo e l’Altro vi sia una frontiera in comune, perché questa frontiera, questo limite, li ricomprenderebbe entrambi in un tutto, in un sistema. L’ontologia cristiana invece è il pensiero dell’essere come limite: soglia che non totalizza, ma realizza il reciproco trapassare tra il Medesimo e l’Altro, in un andirivieni infinito in cui consiste l’essere come amore.



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