Leggendo Levinas

Domenica 22 aprile 2018

 

Emmanuel Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (Milano 1998; tit. or. Totalité et infini, La Haye 1961)

 

Questo primato del Medesimo ha costituito la lezione di Socrate. Non ricevere nulla da Altri se non ciò che è in me, come se, da sempre, io possedessi ciò che mi viene dal di fuori. Non ricevere nulla o essere libero. La libertà non assomiglia alla capricciosa spontaneità del libero arbitrio. Il suo senso ultimo dipende da questa permanenza nel Medesimo, che è Ragione. La conoscenza è il dispiegarsi di questa identità. È libertà. E che la ragione sia in fin dei conti la manifestazione di una libertà, che neutralizza l’altro e lo ingloba, è fatto che non può sorprendere, poiché fu detto che la ragione sovrana conosce solo sé stessa e che nient’altro la limita. La neutralizzazione dell’Altro, che diventa tema o oggetto - che appare, cioè, che si pone in trasparenza - è appunto la sua riduzione al Medesimo. Conoscere ontologicamente significa sorprendere nell’ente affrontato ciò per cui non è questo ente, questo straniero, ma ciò per cui si tradisce in qualche modo, si consegna, si dà all’orizzonte nel quale si perde e appare, dà presa, diventa concetto. Conoscere equivale ad impossessarsi dell’essere a partire da niente o a ridurlo a niente, privarlo della sua alterità. Questo risultato è raggiunto sin dal primo raggio di luce. Illuminare significa privare l’essere della sua resistenza, perché la luce apre un orizzonte e vuota lo spazio - consegna l’essere a partire dal niente. […]

Deve prodursi da qualche parte un grande “tradimento”perché un essere esteriore e straniero si consegni a degli intermediari. Per quanto riguarda le cose la loro resa si attua nella concettualizzazione. Per quanto riguarda l’uomo essa può essere ottenuta dal terrore che fa cadere un uomo libero sotto il dominio di un altro. Per le cose, l’opera dell’ontologia consiste nel cogliere l’individuo (che solo esiste) non nella sua individualità, ma nella sua generalità (la sola di cui ci sia scienza). La relazione con l’Altro si attua soltanto attraverso un terzo termine che io trovo in me. L’ideale della verità socratica si fonda dunque sull’essenziale sufficienza del Medesimo, sulla sua identificazione di ipseità, sul suo egoismo. La filosofia è un’egologia. […]

Affermare la priorità dell’essere rispetto all’ente significa già pronunciarsi sull’essenza della filosofia, subordinare la relazione con qualcuno che è un ente (la relazione etica) a una relazione con l’essere dell’ente che, impersonale, consente il possesso, il dominio dell’ente (a una relazione di sapere), subordina la giustizia alla libertà. Se la libertà connota il modo di rimanere il Medesimo in seno all’Altro, il sapere (nel quale l’ente si dà grazie all’interposizione dell’essere impersonale) contiene il senso ultimo della libertà. Essa si opporrebbe alla giustizia che implica degli obblighi nei confronti di un ente che rifiuta di darsi, nei confronti di Altri che in questo senso sarebbe ente per eccellenza. L’ontologia heideggeriana che subordina alla relazione con l’essere ogni relazione con l’ente afferma il primato della libertà rispetto all’etica. Certo, la libertà messa in opera dall’essenza della verità non è, in Heidegger, un principio di libero arbitrio. La libertà sorge a partire da un’obbedienza all’essere: non è l’uomo che sostiene la libertà, è la libertà che sostiene l’uomo. Ma la dialettica che concilia così la libertà e l’obbedienza, nel concetto di verità, presuppone il primato del Medesimo nel quale vive abitualmente tutta la filosofia occidentale e dal quale essa è definita.

La relazione con l’essere, che si esplica come ontologia, consiste nel neutralizzare l’ente per comprenderlo o per impossessarsene. Non è quindi una relazione con l’altro in quanto tale, ma la riduzione dell’Altro al Medesimo. Questa è la definizione della libertà: mantenersi contro l’altro, malgrado ogni relazione con l’altro, garantire l’autarchia di un io. La tematizzazione e la concettualizzazione, per altro inseparabili, non sono il raggiungimento della pace con l’Altro, ma soppressione e possesso dell’Altro. Il possesso, infatti, afferma l’Altro, ma all’interno di una negazione della sua indipendenza. “Io penso” equivale a “io posso” - ad una appropriazione di ciò che è, ad uno sfruttamento della realtà. L’ontologia come filosofia prima è una filosofia della potenza. Essa porta allo Stato e alla non-violenza della totalità, senza premunirsi contro la violenza di cui vive questa non-violenza e che appare nella tirannia dello Stato. La verità che dovrebbe riconciliare le persone esiste qui anonimamente. L’universalità si presenta come impersonale e qui si rivela un’altra inumanità. […]

Filosofia del potere, l’ontologia, come filosofia prima che non mette in questione il Medesimo, è una filosofia dell’ingiustizia. L’ontologia heideggeriana che subordina il rapporto con Altri alla relazione con l’essere in generale - anche se si oppone alla passione tecnica, venuta dall’oblio dell’essere nascosto dall’ente - resta all’interno dell’obbedienza dell’anonimo e porta, fatalmente, ad un’altra potenza, al dominio imperialista, alla tirannia. […]

La relazione con un essere infinitamente distante - cioè che va al di là della sua idea - è tale che la sua autorità di ente è già invocata in ogni problema che noi possiamo porci sul significato del suo essere. Non ci si interroga su di esso, lo si interroga. È sempre di fronte. Se l’ontologia - comprensione, abbraccio dell’essere - è impossibile ciò non dipende dal fatto che ogni definizione dell’essere presuppone già la conoscenza dell’essere, come aveva detto Pascal che Heidegger confuta nelle prime pagine di Sein und Zeit; dipende dal fatto che la comprensione dell’essere in generale non può dominare la relazione con Altri. Questa condiziona quella. Non posso sottrarmi alla società con Altri, anche quando considero l’essere dell’ente che è. La comprensione dell’essere già si dice all’ente che spunta dietro il tema nel quale si offre. Questo “dire ad Altri” - questa relazione con Altri come interlocutore, questa relazione con un ente - precede ogni ontologia. È la relazione ultima nell’essere. L’ontologia presuppone la metafisica.

(dal paragrafo 4, La metafisica precede l’ontologia, del Capitolo A, Metafisica e trascendenza, della Sezione Prima, Il Medesimo e l'Altro, pp.41-45)


L’ontologia, in quanto pensiero dell’essere, è una neutralizzazione e un tradimento dell’ente. L’ente è questo essere determinato: non dunque l’essere in generale, impersonale, universale. Ente per eccellenza sono pertanto l’io e il tu, il Medesimo e Altri. Ora, l’ontologia è il modo in cui il Medesimo domina Altri: lo neutralizza, lo riduce cioè a un tema, a un concetto; lo tradisce, lo consegna cioè all’universalità dell’essere e così nelle proprie stesse mani. Il pensiero, in quanto si interroga sugli enti, comporta già di per sé la loro riduzione a oggetti; la comprensione è un’illuminazione che rende gli enti trasparenti, visibili: li fa rientrare nel proprio orizzonte, sotto il proprio sguardo che li domina. Così per tutti, secondo Levinas, l’intelligenza filosofica in Platone è maieutica: non riceve nulla da fuori che non rientri già nel suo dominio; e per tutti Hegel ha insegnato che la Ragione è permanenza nel Medesimo, dispiegarsi dell’identità. In questo senso, conclude Levinas, l’ontologia, ovvero la filosofia occidentale, è sempre stata una egologia.

Ora, però, rileva Levinas, il volto di Altri è quell’ente che resiste a ogni comprensione: non rientra in nessun orizzonte dell’essere, sfugge a ogni concettualizzazione, perché non è oggetto, ma soggetto, non essenza, ma presenza. Qualunque interrogazione su di esso presuppone e conduce a un interrogare direttamente lui. Il pensiero dell’essere è reso possibile e rinvia a una relazione con l’ente: in questo senso, conclude Levinas, la metafisica precede l’ontologia, l’etica il sapere, la relazione il concetto.

Occorre tuttavia domandarsi: davvero la filosofia occidentale, da Platone in avanti, è stata un’egologia, un pensiero della totalità? Platone stesso non è stato piuttosto colui che ha affermato che il Bene è «epékeina tês usías», «al di là dell’essenza»? Più verosimilmente, l’affermazione dell’anteriorità della metafisica sull’ontologia, della relazione sul concetto, non si trova al cuore di tutta la filosofia occidentale, e in special modo proprio di quella tradizione platonico-cristiana che ha in Platone e Hegel i suoi due estremi ideali? Non si tratta dunque, forse, di polemizzare con l’intero pensiero occidentale. Probabilmente, piuttosto, occorre individuare la specificità della filosofia contemporanea, o post-moderna: essa risiede nella centralità assoluta ricoperta dal linguaggio. Ciò comporta la possibilità di dire esplicitamente quel che la filosofia finora non ha mai avuto la prospettiva e il linguaggio adeguati per dire altrettanto chiaramente: che cioè l’essere ha natura analogica, relazionale; che l’origine è piuttosto una molteplicità di origini; che la semplicità dell’origine è quindi originariamente (s)composta. In questo senso, il pensiero post-moderno si presta a una rinnovata intelligenza del dogma trinitario, all’elaborazione quindi di un’ontologia che, proprio in quanto trinitaria, è filosofia dell’infinito e non della totalità.



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