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OLTRE L'ULTIMO ORIZZONTE
Ragionamenti sulla speranza cristiana
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Dopo la pubblicazione di Madre nostra, che sei nei cieli. Il volto dello Spirito Santo, libro scritto con la moglie Laura, Martino Rebonato torna con questo nuovo lavoro, che affronta questioni capitali, come quelle della vita e della morte, della salvezza e della dannazione eterna. |
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Con un’esposizione piana, che rivela una frequentazione appassionata della Parola di Dio, l’autore intende offrire un contributo costruttivo per “riaprire il cantiere” della teologia cattolica, in particolare dell’escatologia. Un intento, questo, tanto più prezioso oggi, in un tempo in cui i temi delle “cose ultime” dell’esistenza individuale e dell’intera vicenda umana sono esorcizzati e quasi ostracizzati, anche all’interno di molte comunità cristiane.
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Il testo parla della speranza nella “Vita eterna”, dell'attesa fiduciosa nel “mondo che verrà”. L’autore non nasconde la sua profonda insoddisfazione per alcune interpretazioni della dottrina tradizionale della Chiesa sul peccato e sulla dannazione eterna, considerate lontane dal messaggio evangelico e quasi al limite della blasfemia.
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Di fronte all’imbarazzato silenzio della teologia e del Magistero recente su questi temi, Martino Rebonato ritiene un compito ineludibile quello di rispondere al comando dell’apostolo “Siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Il libro contiene dunque “ragionamenti logici”, pensieri e ipotesi sostenuti da una fede sicura sulla volontà salvifica di Dio per tutta l’umanità, che si è manifestata in Gesù di Nazareth e nel Suo Vangelo.
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Il libro tratta della Vita e della Morte, del Giudizio e della Redenzione, in una prospettiva di eternità. Parla anche dell’inizio – sostiene l’ipotesi già presente in Origene della preesistenza dei Figli in Cielo – ma soprattutto della fine (e del fine) dell’esistenza umana, individuale e collettiva.
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Tutto ruota intorno a una domanda fondamentale: può Dio, l’Abbà di Gesù, sopportare l’auto-esclusione di alcuni Figli (pochi? molti?) dal banchetto nuziale dell’eternità? L’autore non mette in questione la realtà della dannazione (purché ben intesa), ma ritiene plausibile, sulla scia di autori come Barth e Balthasar, che l’inferno sia una tragica possibilità superata e vinta dall’amore crocifisso del Figlio, che ha dato la Sua vita “per noi uomini e per la nostra salvezza".
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Se infatti così non fosse, l’annuncio di una condizione di pena eterna, senza alcuna possibilità di liberazione, derivante da comportamenti commessi durante una vita condizionata dal tempo e dallo spazio, non potrebbe sfuggire al paradosso di presentare un Dio più severo, per non dire più crudele, degli uomini, anche considerando che negli ultimi secoli, in alcune culture e almeno in linea teorica, si è consolidato il principio rieducativo della pena, escludendo sia la tortura sia la carcerazione sine die.
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L’esplicita fiducia nella salvezza universale che traspare in questo testo non nasce da un generico “buonismo”, né dalla sottovalutazione della gravità del “mysterium iniquitatis” che governa il mondo. Si fonda piuttosto sulla fiducia piena nella volontà salvifica universale di Colui che ha “svuotato Sé stesso” nell’incarnazione, fino alla morte di croce, ed è “disceso agli inferi” per amore dei suoi fratelli.
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