Tota Pulchra

Commento esegetico-spirituale

dell'Ave Maria e della Salve Regina

L’Ave Maria e la Salve Regina, come tutte le preghiere, sono fatte per l’affectus più che per l’intellectus: danno i loro frutti se coltivate attraverso la nostra dimensione emotiva più che se penetrate attraverso la facoltà intellettiva. Ma intelletto ed affetto sono poi due facoltà alternative? Diverse, certamente sì. Eppure l’una rinvia all’altra. Di più, l’una nutre ed alimenta l’altra. L’uomo è fatto per l’affectus: perché è nel contatto, nella comunione che trova vita. Nostra origine e nostra fine è l’unione affettiva: l’abbraccio, il bacio. Ma l’intelletto? L’intelligenza non sarà la legna necessaria ad alimentare questo fuoco? La comprensione concettuale, la luce intellettuale è strumentale, funzionale all’affetto: ma è un combustibile necessario. Questo vale anche per la preghiera: l’approccio scientifico, lo studio testuale di un’orazione ha lo scopo di restituire freschezza e slancio all’affectus con il quale la preghiamo. Insistendo con acribia sulla lettera del testo, assumendo gli strumenti dell’analisi scientifica, ci si troverà magari con stupore a scoprire per la prima volta quella preghiera e a pregarla con ancora più fervore. Lo studio a servizio della vita di tutti: è l’intento e la scommessa di questo commento alle due orazioni mariane più pregate nella Chiesa.

L’Ave Maria è una preghiera che conduce da Maria a Gesù, compiendo ogni volta nuovamente il mistero alla cui realizzazione è stata assolutamente necessaria la cooperazione di Maria: il mistero dell’incarnazione. L’incarnazione del Verbo è un fatto accaduto circa duemila anni fa; ma proprio a partire da quel momento, anziché esaurirsi, è diventato una realtà che sempre nuovamente e più estesamente deve accadere: è l’evento che continua a realizzarsi in forma permanente nell’anima dei fedeli, in modo specifico anche proprio attraverso l’orazione. Pregare l’Ave Maria: evento mistico che reitera l’esperienza dell’incarnazione del Verbo nell’anima e nella carne dell’orante. Nella Salve Regina, invece, dopo che è stata pronunciata la parola «Gesù», si torna al nome che ha costituito l’interlocutore dell’intera antifona: Maria. Durante questa nostra esistenza, infatti, abbiamo bisogno di continuare a crescere nell’utero materno di Maria: siamo ancora per via, non siamo arrivati «all’uomo perfetto», alla «misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). Il parto dell’uomo nuovo, del corpo di Cristo, è appena cominciato: è uscito solo il capo, Cristo; dopo di lui, deve ancora venire alla luce il resto del corpo, che siamo noi.