Ut unum sint

Commento esegetico-spirituale

del Padre Nostro

La rivelazione biblica conosce il suo apice e la sua sintesi nella possibilità di invocare Dio come Padre: essere pieni dello Spirito di Dio, respirare il suo stesso alito, significa sentirsi realmente figli di Dio, quindi anche partecipi della sua gloria, eredi della vita eterna; significa, non più oppressi dalla paura della morte, certi al contrario della sua cura per ciascuno, vivere finalmente nella gioia e nella libertà dei figli. Tra la versione brevissima del Pater di Paolo (Rm 8,15; Gal 4,6) e quella dilatata di Giovanni (Gv 17), si trova quella mediana di Matteo. Il presente libro intende essere un commento del Padre Nostro matteano, letto in parallelo soprattutto con il capitolo diciassettesimo di Giovanni. L’obiettivo sarà di avvicinarsi a pronunciare quell’unico nome, «Padre!», caricandolo di tutti i doni che porta con sé: la libertà e la gioia di vivere da figli di Dio, che tutto ricevono in dono e che tutto condividono e donano.

I tanti raggi di luce, riflessi dal Padre Nostro come da un diamante, si raccolgono in due fasci di luce principali: il perdono ricevuto ed accordato, l’abbandono nelle mani del Padre. Ora, sono proprio questi i due temi intorno ai quali si sviluppa il Salmo 103: la misericordia di Dio che largamente perdona e l’immersione dell’anima benedicente del salmista in un amore smisurato. Il Salmo 103 può essere considerato il Padre Nostro dell’Antico Testamento; per questo, il commentario si concluderà con un commento filosofico-spirituale, versetto per versetto, del Salmo 103: se siamo davvero figli di un simile Padre, tutto è lode, tutto è benedizione. Non solo, ma la povertà, come è stata la chiave d’ingresso nella gioia del vangelo per san Francesco d’Assisi, ciò che lo ha reso un alter Christus credibile, così è pure il verso di quell’unica medaglia il cui recto è il Padre Nostro. Di questa corrispondenza paradossale tra povertà e gioia evangelica, tra povertà e Padre Nostro, si cercherà infine di rendere ragione nelle ultime pagine dell’Epilogo del commentario.