Vangelo del giorno

Venerdì 27 novembre 2020

 

Trentaquattresima Settimana del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Luca (21,29-33)

 

«Quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina»

«Cum iam germinaverint, videntes vosmetipsi scitis quia iam prope est aestas»

29In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: 30quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. 31Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. 33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

 

 


L’estate è il tempo del raccolto, del riposo, dell’amore: è il regno dei cieli e la vita eterna, il verso-dove ed il senso del nostro stesso vivere. Una simile stagione ancora non è, tuttavia è alle porte: ci sono dei segni che già la annunciano e la anticipano. Quali sono questi segni, questi germogli?

Tutte le cose, risponde Gesù, che devono accadere e che ha annunciato nei versetti immediatamente precedenti (vv.9-26): guerre e catastrofi naturali. Il male presente è germoglio del bene futuro! Il male della storia presente − la malattia e la morte, l’ingiustizia e l’oppressione − può essere interpretato come l’ostacolo da evitare o il più possibile da ignorare: almeno fin quando la realtà non ci farà sbattere contro di esso come contro un muro. È l’etica della società del divertimento e del benessere. Oppure può essere interpretato come la sconfitta inevitabile, personale e collettiva: è l’etica pessimista e nichilista. Per Gesù invece il male presente è il luogo ed il tempo in cui già far nascere e realizzare il bene, primizia dei frutti del regno: è l’etica del vangelo. La croce è l’exemplum (1 Pt 2,21) di questo capovolgimento che fa del male l’anticipazione del bene: il male diventa occasione per amare autenticamente, gratuitamente, fino al dono di sé, fino alla fine (Gv 13,1), a quella fine che diventa inizio ed è capace di fare nuove tutte le cose (Ap 21,5).


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